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PILOTA DI GUERRA – Antoine de Saint Exupéry

Posted in andré malraux, bloch 174, cronometro Hochedé, incursione su Arras, letteratura aeronautica, semiologia della guerra with tags , on 1 marzo 2018 by ruotenelvento

Nel fuoco delle traccianti, un Bloch 174 del Gr. 2/33 erompe dalla Cattedrale dell’Uomo (quella dei santi Giovanni e Stefano a Lione; in luogo dell’orologio della facciata il cronometro che Hochedé non cede al tenente) in attesa del sacrificio

Non venire a parlarmi di morale. Non venire a parlarmi di fitte al cuore. Non venire a raccontarmi del calore di una casa. Veramente credi che ci sia qualcosa di comune nel nostro destino? Conosci l’affanno del mio compressore centrifugo? Al pari di te, avverto tutta l’inutilità di questa complicità coatta. Cosa pensi che me ne importi dei tuoi alberi secolari, delle dimore, della biancheria negli armadi? Non conservo alcuna tradizione e sono destinato ad una esistenza effimera poco prima dell’oblio. Basta un martinetto, un flabello dimenticato chiuso ora che scendi di quota, il pneumatico del ruotino di coda, e io sarò abbandonato in un campo: tu stesso mi incendierai, prima che sopraggiunga il nemico, se riuscirai a riportarmi da Arras, prima dell’ennesimo trasferimento. Ti è dato il dono di distinguerti: io non posso. Non ho nemmeno un nome del quale posso fregiarmi. Ho un numero di costruzione e un codice radio.

Sono l’oggetto. Sono il puntino nero. Sono la formica. Sono la goccia dello sciroppo di queste lunghe colate nere. E’ troppo facile giudicare. Anche perché io puntino nero, formica, sciroppo, non sono nient’altro che un vecchio ed esausto balzano da tre. Sono froge che annusano il terrore. Terrore trasmesso da essere vivente a essere vivente. Su una cosa sono d’accordo con te. Che nel nostro andare non potessimo sperare in una rigenerazione: muoio come balzano da tre e non come un purosangue anche di fronte alle autoblindo grigie che col loro fuoco, a caso, spazzano la strada.

Dalla stratificazione delle ere geologiche, ecco che una mattina venni alla luce. Confuso nel magma e nel crogiolo, il mio dovere era assumere la forma di una lancia di luce. Sarei potuto essere rivetto dei tuoi, ma colarono poca polvere di me in un tracciante da 2cm (1). Aspiro a te, in una nuda semplicità crepuscolare. Mi consumo per ricordarti di una cosa: quando tornerai – io sono già passata 50 metri dietro la tua coda e questo significa che tornerai – percorri il villaggio e pensa alla giovinetta che ti sedeva accanto a tavola, che la guerra ti sia utile solo per questo, per aprirti gli occhi già ben disposti.

La disfatta militare ha una sua demenza (la pantomima di missioni universalmente accettate come inutili), una sua letteratura (ma anche una sua straordinaria semiologia, cfr. p 68) con degli obblighi nei confronti di se stessi e del Paese. Chi accusa un immutabile carattere nazionale – Gadda, per esempio – e chi come Saint Exupéry con parola impietosa di una nitidezza assoluta la prende sul lungo periodo botanico, certo dello sviluppo del seme. Non ci si può comunque sottrarre ad un destino, che tanto poco possiamo ingannare: se nella morte di un comune minatore è un minatore comune che muore (p. 52), e non esiste circostanza che possa risvegliare in noi un insospettabile estraneo (p. 53), Saint Exupery mirava al suo fine già dal principio. La partecipazione, l’orrore di essere un testimone inerte, il dovere, il sacrificio – il DONO – per la Collettività. La sua visione contempla poco la Storia e la Politica, almeno fino alla data certa dell’89, quando i principi rivoluzionari rendono la Cattedrale dell’Uomo un mucchio di pietre. Sembra che la Storia e Politica precedenti fossero magari un po’ più asprette per l’individuo, ma con tutta la bontà di fondo di una civiltà cristiana tanto ordinata quanto astratta.

Saint Exupéry è un autore corrotto, compromesso. Non riesco a leggere Il piccolo principe perché lo leggevo al cane che stava morendo. Non riesco a leggere Il piccolo principe perché le prime pagine di una copia (che non è la stessa di prima, che era stata rubata) sono state scelte per ricordarmi tutto quello che stavo gettando via di un amore.

(1) Noi oggi si dice 20 mm, allora dicevano 2 cm, come Flak 30/38.

Antoine de Saint Exupéry (traduzione di Maria Chiappelli), PILOTA DI GUERRA – LETTERA A UN OSTAGGIO – TACCUINI, Mondadori, Milano 1973

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ANDRE’ MALRAUX SI SCRIVE AVIATORE: LA SPERANZA

Posted in andré malraux, aviazione repubblicana, guerra di spagna, l'espoir, letteratura aeronautica, potez 540 with tags , on 27 agosto 2014 by ruotenelvento

PAPERO SCATENATO - Copia

ANDRE’ MALRAUX SI SCRIVE AVIATORE

Quella partecipazione del dolore, della vita, delle cose, che ormai non c’è più. Al massimo ci si suda addosso in un capannone. È che sono finite le grandi tragedie collettive, le guerre, le epidemie, le rivoluzioni, le distribuzioni di pistole e bombe a mano, meno uomini portano i baffi e indossano un sombrero messicano e fanno attenzione a risparmiare i mozziconi. La speranza offre una prospettiva della rivoluzione diversa da quella de La condizione umana. Questa metaforica, scavata, la prima più sanguigna e spavalda. Continenti differenti, l’ossessione della Storia.

Si sa che l’aviazione nasconde un legame profondo con l’arte. Lo stesso Malraux, certo non per caso, affermava che Magnin, il suo alter ego principale, volontario in Spagna, “non era certo un intellettuale come Garcia, ma la pratica dell’aviazione dava al suo pensiero una relatività tutta fisica che a volte suppliva alla profondità”. Anche uno dei più rivoluzionari e quotati artisti del Novecento, Joseph Beuys, raccontava compiaciuto come, mitragliere su uno Stuka, fosse stato abbattuto in Crimea e quindi salvato – ma la cosa è piuttosto dubbia – da sciamani tartari. Due ali sull’uniforme fanno sempre figura.

Molto fa pensare che il valore di Malraux sia stato solo letterario. Assertore di una guerra affidata alla tecnica più che al coraggio, non è che abbia lasciato ai tecnici un’impressione così brillante. Si potrebbe considerare tutta la vita del francese, dai suoi ambigui anni cambogiani – fu accusato di trafugamento di opere d’arte – alla leggenda che lo fece apparire uno dei maggiori conoscitori dell’universo e della rivoluzione cinese. Avendo vissuto una settimana da turista da Shangai, è come se dopo aver fatto il trenino con disco samba in un villaggio sul Mar Rosso, cominciaste a scrivere un romanzo sulla Guerra del Sinai. Ma anche il Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy, quando lo ricevette alla Casa Bianca come Ministro del Governo De Gaulle, rese onore a quell’esperienza. Più imbarazzati i cinesi, che non vedevano nulla delle astrazioni de La condizione umana nella loro lotta. Il più autorevole protagonista della guerra di Spagna che esprime forti dubbi sui meriti di Malraux è il Capo di Stato Maggiore dell’Aviazione Repubblicana, Ignacio Hidalgo de Cisneros. Nelle sue memorie – Cielo rosso di Spagna – così de Cisneros giudica il generoso gesto dello scrittore: “Con i pochi aeroplani provenienti dalla Francia erano arrivati una dozzina di piloti francesi, diretti da André Malraux. (…) Questi, che avrebbe potuto esserci tanto utile per la sua personalità di scrittore (e lo fu con <<L’Espoir>>, il libro uscito verso la fine della guerra), rese vano il suo apporto militare con la pretesa di fare il capo di squadriglia, pur non avendo mai visto in vita sua un aereo, senza avere la più pallida idea della funzione dell’aviazione nella guerra, non rendendosi conto della difficoltà, anzi della inutilità di giocare all’aviatore senza esserlo”. E aggiunge: “Per quanto riguarda il gruppo di aviatori venuti con Malraux, debbo sfatare una leggenda: non si trattava di eroi romantici, innamorati della libertà, la cui opera a favore della repubblica poteva compensare, in parte, l’azione a favore dei fascisti svolta dal governo francese. Eccettuati tre quattro antifascisti sinceri, venuti in Spagna per un ideale e che si comportarono degnamente e anche con eroismo, gli altri erano degli avventurieri, dei mercenari attratti dal fantastico premio di 50mila franchi mensili. Malraux, privo di conoscenze specifiche, dovette mettersi nelle loro mani e si comprende quindi il comportamento di questi avventurieri, senza un comandante in grado di dirigerli. Più che un aiuto, per noi furono un ostacolo”.

Più che mai in Spagna, dal punto di vista strategico, “ogni crisi militare è una crisi di comando”, e la difficoltà della disciplina é di conciliare tutte quelle fazioni diverse che alimentavano il fronte repubblicano. C’è poi la colpevole empasse delle democrazie sintetizzato dal giornalista statunitense Shade: “Quando un comunista parla a un’assemblea internazionale, mette i pugni sul tavolo. Quando un fascista parla a un’assemblea nazionale, mette i piedi sul tavolo. Quando un democratico – americano, inglese, francese – parla a un’assemblea internazionale, si gratta la nuca e si pone delle domande”. È per queste ragioni che l’Italia invierà presto in Spagna, insieme a Germania e poi all’Unione Sovietica i suoi “volontari”, accompagnati da un cospicuo numero di mezzi militari che spesso si rivelano molto più utili dei buoni propositi.

Non c’è alcun dubbio tuttavia che Malraux ci lasci un vivido affresco di quella guerra e delle condizioni che dovevano affrontare i piloti schierati dalla parte della Repubblica prima di quell’afflusso di velivoli sovietici che ristabilì temporaneamente la situazione. Descrive il dramma di queste missioni svolte in condizioni di inferiorità, a bordo di lenti bombardieri senza scorta. Il cui pavimento diventa rapidamente un labirinto di impronte insanguinate. Ed è abile nel renderci non solo l’umanità degli equipaggi, con i loro tormenti personali e politici, ma anche di una lotta di popolo. Il vittorioso raid che porterà alla distruzione di un gran numero di caccia avversari nascosti in un bosco sarà guidato da un contadino preso a bordo, che dopo lo smarrimento iniziale riconosce perfettamente il terreno. È una solidarietà – anzi, una fraternité, la vera, grande eredità del 1789 – che emerge continuamente, pur con tutti i limiti che porteranno, un anno dopo dai fatti descritti, alla disfatta. Anche nelle fabbriche nemiche la classe operaia sabota le bombe lasciando biglietti in portoghese: “Compagni, questa bomba non scoppierà. È tutto quanto possiamo fare per voi, per il momento”. E a volte la fraternité si trasforma addirittura in una sororité: “La guerra univa mercenari e volontari nel suo aspetto romanzesco; ma l’aviazione li univa come le donne sono unite nella maternità”.

Il racconto si svolge su due fronti, quello terrestre e quello aereo, e ovviamente spesso si intersecano. Ma l’orrenda brutalità dei corpi maciullati nel fuoco d’artiglieria tra le pietraie o nei parchi cittadini non si stempera nell’aria. Nonostante un ordine superiore di combattenti, una certa nobiltà non appartiene più alla guerra: “Langlois, simile a Don Chisciotte, con la benda sanguinante e l’alluce verso il cielo (si era tolto la scarpa del piede slogato) le [alle contadine, NDR] stupì; la guerra più romantica, quella aerea, poteva finire in quel modo?”

Gli apparecchi sono al comando di Magnin, che aveva diretto diverse fabbriche e una compagnia aerea francese prima di acquistare degli aerei perla Repubblica. Volontario, idealista, non vuole tenere gli aviatori inefficienti ma protetti dal Partito Comunista. Non è come Leclerc, mercenario che agisce solo per denaro, terrorizzato che i contratti descritti da de Cisneros non venissero onorati con il deteriorarsi della situazione bellica, che vede i ribelli alle porte di Madrid. E anch’egli è scrittore, dando l’idea di tutta una borghesia intellettuale al fronte. Leclerc ha altri moventi personali: “Ma la vera ragione perché son qui, è che sono un duro. Sono un fanatico della cloche”.

Il duello aereo viene reso in modo estremamente efficace, anche se qualche dettaglio tecnico può suscitare perplessità, come i caccia tedeschi Heinkel He 51 o quelli italiani CR.32 equipaggiati con cannoni che ostacolano il volo di ritorno degli apparecchi francesi. I veri protagonisti sono comunque i bombardieri leggeri Potez 540. Monoplani bimotori ad ala alta in legno e con carrello fisso, ne furono costruiti in tutto meno di 200 a partire dal 1934. Con una capacità bellica di circa una tonnellata, in genere in Spagna portavano bombe di piccolo calibro da 50 o 10 kg, per poter effettuare un maggior numero di passaggi. Sempre meglio di alcuni aerei di linea adattati al ruolo bellico come i DC2/3, sui quali le bombe di piccolo calibro venivano lanciate dal foro del WC. Malraux mette spesso l’accento sull’inadeguatezza dell’armamento, con le vecchie mitragliatrici Lewis terrestri con caricatore a tamburo. Perché i Potez, dotati in origine di MAC 1934 da 7,5 mm, giungevano in Spagna disarmati e venivano equipaggiati con le obsolete mitragliatrici inglesi da 7,7 mm (0.303). Tra i Potez repubblicani del La speranza spicca il “Papero scatenato” di Gardet che, ricostruito con pezzi cannibalizzati da un altro che era stato pagato dagli operai parigini, precipiterà sulle montagne di Teruel dopo essere stato braccato dai caccia della Legione Condor. L’equipaggio del Papero è uno spaccato di quell’Aviazione Internazionale che si schierò dalla parte della Repubblica, un gruppo eterogeneo per moventi e ideali. Gardet è il comandante, ai comandi ci sono Pujol, primo pilota, e Langlois, secondo. Un arabo, Saidi, manovra la mitragliatrice della torretta di prua, mentre Mireaux quella posteriore, o meglio, dorsale. Scali, italiano, professore d’arte, si trova nella postazione inferiore, quella estraibile a dustbin, Taillefer è il bombardiere. In altre occasioni emergono un mitragliere inglese, ferito alla sua prima missione, con Platone che spunta dalla tasca insanguinata oppure vengono rievocati, con l’ex pilota di idrovolanti Marcelino, le imprese di Gioacchino Dolci e Giovanni Bassanesi, che l’11 luglio del 1930 avevano sorvolato Milano lanciando manifestini antifascisti, e di Lauro De Bosis, che lo aveva fatto su Roma nel 1931.

Il libro si conclude con la battaglia di Guadalajara, nella quale i Repubblicani ottengono una vittoria che gli consentirà di resistere ancora qualche mese. L’aviazione è di nuovo protagonista, nonostante la meteo infernale, tra le nuvole basse e la neve che turbina: ma la situazione lo richiede, e il cielo si riempie di una congerie di aerei militari, da trasporto, da turismo, quella che Malraux descrive come “la flotta del passato”.

La speranza suscita anche altre riflessioni. Un romanzo compiuto e celebre si conclude in un momento storico ben definito di una guerra il cui esito sarà completamente differente, solo a distanza di pochi mesi, dall’esito dell’ultimo capitolo. Questo introduce una riflessione sulla distanza, cioè di quanto tempo l’uomo ha bisogno (con tutte le sue testimonianze, tra le quali la letteratura) per verificare una vittoria.

André Malraux, LA SPERANZA, traduzione di Giuseppe Ravegnani, Milano, A. Mondadori, 1992

Enrico Azzini per AVIODADA