Archive for the italo balbo Category

MACCHI CASTOLDI M.C. 72 – FIAT AS.6 ENGINE 8 BARREL CARBURETOR

Posted in francesco agello, italo balbo, schneider trophy, vigna di valle with tags on 26 maggio 2017 by ruotenelvento
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L’AEREO VALENTINO ZEICHEN

Posted in aviazione e letteratura, battle of britain, futurismo, italo balbo, letteratura aeronautica, mb 339 pan valle giulia, mimmo palladino, roma, valentino zeichen with tags , , on 5 febbraio 2017 by ruotenelvento

VALENTINO ZEICHEN POESIE.JPG

Come accade a tutti i poeti, non ci si accorgerebbe di quelli contemporanei se non li rendesse noti la morte. Anticipata, normalmente, da indigenza, casa fatiscente (abusiva) e ictus, al quale tutti cominciano ad urlare Legge Bacchelli, Legge Bacchelli! E come tutti gli intellettuali italiani, non ci si accorgerebbe che parlano di aviazione se non gli si sfogliassero a caso le opere. Valentino Zeichen – che è morto – scrive di aeronautica e di guerra con quella familiarità e quell’entusiasmo che in genere infastidisce la cultura ufficiale di un Paese che le guerre non ha mai denunciato di farle, gli sono sempre capitate un po’ per caso, ah.

Benché poi tutto romano, Zeichen nasce e trascorre i primi anni in una Fiume sorvolata dai B-17 in missione verso l’Austria (in FIUME 1944, p. 418, a “quote regali” in INFANZIA, p. 225). Non affronta l’aereo con leggerezza, ma sempre con proprietà scientifica

Dalle figurine copiammo in segreto / i progressi dell’aviazione nel secondo conflitto mondiale / e progettammo un velivolo dall’inedita linea aerofallica / battezzandolo ereticamente Vulcan. / Era un caccia strategico con ali a delta, / volava a basse quote tra le file dei banchi / sfuggendo all’intercettazione oculare / ed acustica della maestra. (1)

Il lavoro di Zeichen manifesta un’approfondita conoscenza non solo sul corto respiro, ma anche funzionale, tanto da spiegare meglio di molti tecnici meccanismi operativi, come per esempio la SIGINT

Da secoli i guardiamarina / tengono puntati i binocoli / sul passaggio dello stretto. / Ingigantita dalle lenti, / lo attraversa una squadra / d’incrociatori sovietici / della classe “Kirov”: / osservano il silenzio radar / per non lasciare impronte / nelle memorie di quelli inglesi. (2)

Se la guerra – come le donne e Roma, sempre, ma anche la Borsa, per esempio, nelle opere più recenti – è una costante, in profondità si muovono certe nitide ossessioni. Gibilterra, per esempio. L’altra è il radar (3), frequente occorrenza come il ghiaccio della Plath o l’aveugle di Eluard. Che l’Italia fosse stata all’avanguardia nello sfruttamento dei “raggi elettrici” e che nella Seconda Guerra Mondiale si procedesse ancora a vista è per Zeichen assolutamente intollerabile. Individua il problema in una differenza filosofica che ricorre spesso nei suo versi, quella che vede confrontarsi l’idealismo un po’ magico tedesco e il retorico umanesimo italiano con il neopositivismo anglosassone (4). Si scaglia con violenza contro questa cecità in una delle opere di Piccola Pinacoteca dedicata ad uno dei capolavori di una tardissima aeropittura, “INCUNEANDOSI NELL’ABITATO”, 1939, DI TULLIO CRALI che conlude

L’aereo in picchiata / si incunea fra assonometrici / grattacieli di N.N. / L’arretrata tecnica fascista / non allarma gli invisibili nemici, / avendo essa per scienza / solo la gonfia retorica, / e non il veggente radar. (p. 304)

VALENTINO ZEICHEN.jpg

Un MB339 PAN a Valle Giulia – probabilmente l’aviogetto che più si è avvicinato a Villalisorci, ultima e adeguata residenza di Zeichen il cui legame con Villa Borghese era fortissimo – sotto le ali del quale chiacchierano gli specialisti dell’AMI 

Zeichen butta lì con disinvoltura valutazioni tecniche di lucidità esemplare. POLVERE DI FUTURISMO è una sinossi dell’orientamento e del germe del fallimento della Regia Aeronautica, quella degli effimeri successi di Balbo

Fra un ragtime e l’altro / i falconieri angloamericani / estraevano dalla voliera / volatili rapaci da caccia, / ne ripiegavano i carrelli retrattili / dentro le panciute fusoliere / tenendo in considerazione / il decoro dell’aerodinamica. / Mentre Italo Balbo giocava / coi lenti, pigri idrovolanti, / specie di cassoni ingombranti; / aerei pompieri, appena buoni / per domare gli incendi / o fungere da guardia costiera. / Quell’incendiario Narciso / ammarava negli specchi / degli idroscali d’Italia / per ingigantire il riflesso. / Le appariscenti trasvolate / dal dispendioso spreco / furono la speciale idiozia / d’una tecnica obsoleta / che generò il mostro anfibio, / non del tutto inutile, poiché / ridivenne valore in lire / sui francobolli celebrativi. (p. 498)

Altro punto fondamentale di quegli anni l’aviazione navale, che coglie sia nella lungimiranza di YAMAMOTO (p. 217) che nel criminale difetto dei vertici militari italiani. Non risparmia infatti la Regia Marina con le sue “torte galleggianti da parata per la vista dei golosi gerarchi” (TRATTATO DI VERSAILLES, p. 214), mentre celebra l’eroismo sportivo degli incursori a lenta corsa (p. 222).

Una precisione tale quella di Zeichen che rimprovera l’indebita appropriazione di cui si rese responsabile Mimmo Palladino intitolando Cacciatore di Stelle una sua interpretazione del Piaggio P180 esposto nella Galleria Vittorio Emanuele II a Milano nel 2011. Ovviamente per il poeta di Starfighter ce n’è uno solo:

Forse il “Pennello” ignora / che il caccia F104 Starfighter / già volava nel millenovecentosessanta / lungo la Cortina di Ferro, / durante la Guerra Fredda; / inseguiva le Stelle Rosse / in coda ai MIG sovietici. / L’F104 sfiorava la velocità di Mach 2,4. / In accelerazione di gravità / i piloti svenivano dopo il decollo / incontrando la “visione nera”. / In Germania godeva fama / di “fabbrica di vedove” / anche di “bara volante”. / Complimenti all’artista. (5)

Se prevale l’interesse per la Seconda Guerra Mondiale, Zeichen è attento anche al contemporaneo. In ARTE BELLICO-MIMETICA (p. 420) mostra di non poter resistere a quell’opposizione vero/falso incarnata dai decoy che, realizzati dalla MVM di Torino, vennero utilizzati dagli irakeni durante la guerra del Golfo per ingannare i piloti della Coalizione.

Accanto ad un discorso narrativo diretto non poteva mancare quello allusivo. Soprattutto nell’amore, guerra e aviazione offrono un repertorio che Zeichen sfrutta con ironia. Dopo una serie di manovre acrobatiche con le quali lei lo scoraggia dall’inseguirla, AVIAZIONE (p. 40) si conclude con

Compresi quindi che stava col BARONE ROSSO /  e che non sarebbe più tornata in BARACCA.

Dresda diventa così espressione di una distruzione interiore, mentre l’aviazione si espande a rappresentare l’arte più nobile, la poesia stessa, macchina a volte in stallo dalla quale il pilota riesce a salvarsi soltanto eiettandosi. (6)

La poesia di Zeichen non è repulsiva, né oscura, né sperimentale, DICE VERAMENTE LE COSE. E’ un aristocratico mondano – e tanto – che non se la tira. E’ portarsi il caffè al tavolino e sedersi giusto un momento per leggere un pezzo di cronaca di Roma sul Messaggero. Solo più sorprendente, intenso, circostanziato e con tutto quel delizioso gusto di un abile spreco da sé e di una sottovalutazione dagli altri.

(1) SPAURACCHIO, p 46.

(2) GIBILTERRA, p. 203. L’esattezza dovuta alle Classi sovietiche/russe ricorre anche in DA ZOO GEOPOLITICA, p. 379.

(3) Anche in AI MITOMANI, p. 189.

(4) Soprattutto in BATTAGLIA D’INGHILTERRA, p. 206.

(5) IL P180 E L’F104, p. 468. La visione nera ricorre anche in ANALOGIE TRA IL CINEMA E UN QUADRO DI ANSELM KIEFER – “STERNEN FALL”, II, p. 441.

(6) I PERICOLI DEL VOLO, p. 389.

(testo e foto di Enrico Azzini, grazie a Silvia Mattioli per la sua copia di POESIE 1963 – 2014, Mondadori, Milano 2014)

COLLOQUIO TRA UN ALTO UFFICIALE DELLA REGIA AERONAUTICA E IL FRATELLO SCRITTORE

Posted in 83 squadriglia, aeronautica militare italiana, aviazione e letteratura, aviazione prima guerra mondiale, carlo emilio gadda, enrico gadda, grande guerra, italo balbo, letteratura aeronautica, pilota prima guerra mondiale with tags on 13 gennaio 2015 by ruotenelvento

PALAZZO DELL'AERONAUTICA PILOTA UFFICIALE E SCRITTORE

1938: in una sala del Ministero dell’Aeronautica E. accoglie il fratello C. E.. A suo agio nell’uniforme da Tenente Colonnello, E. è il  ragazzo irrequieto di sempre, che sembra scalciare alla vita anche da seduto. Ogni più piccolo movimento turberebbe la melanconica rigidità del fratello scrittore e potrebbe svelare lisi dettagli del suo abito.

Entrambi i fratelli vivono a Roma, ma si incontrano solo due o tre volte l’anno. Lo scrittore esprime la sua malinconica irrequietezza anche topologicamente, cambiando continuamente alloggio, di pensione in pensione, di affittacamere in affittacamere. Il Tenente Colonnello E. – è prossima la sua promozione a Generale – invece vive dal ’34 in una palazzina signorile al Quartiere Trieste insieme alla moglie, il soprano leggero A. A.. Si incontrano nell’ufficio di E., una delle sale delle Carte Geografiche del Palazzo dell’Aeronautica.

E. si è imposto di mantenere il colloquio su un tono cordiale e volto alla riconciliazione, cercando di evitare di tornare anche solo per scherzo sulle scarse attitudini militari e lo spirito combattivo di C. E.. In una delle ultime lettere – seguita al contrasto di opinioni riguardo alla necessità di vendere o conservare la proprietà della casa di villeggiatura voluta dal padre – gli ha scritto come la sua “geremiade gastrica” sia senza dubbio differente da come hanno vissuto il conflitto non dico gli eroi, ma coloro che hanno sopportato con stoicismo la trincea e l’assalto. Avrebbe voluto aggiungere che “guarda un po’, il diario dei tuoi momenti più gloriosi è proprio quello sparito”, ma poi aveva soprasseduto.

Anche la vita professionale non è stata lasciata fuori dalla corrispondenza più recente, ricordando quei “quindici anni scarsi consacrati alla vera professione”. Qui E. deve essersi fatto bene i conti, o molto probabilmente li teneva già pronti. Rimproverava inoltre l’acredine nei confronti della famiglia tutta, che se non l’ha sempre sostenuto nei suoi cambiamenti d’umore, però gli ha offerto quel benessere che gli consente oggi di dedicarsi interamente alla professione di scrittore. Era evidente il riferimento alla mamma recentemente scomparsa, che dopo una vita dedicata all’insegnamento anche in luoghi lontanissimi da casa e dalla famiglia era andata in pensione a settanta anni.

C. E. sbuffa, lo sguardo dello scrittore cerca degli appigli nella grande sala rivestita di legno. Oltre l’aquila dello schienale dove siede il fratello, la carta geografica dipinta alla parete non la trova d’aiuto: Oceano Indiano… Oceano Indiano… il Madagascar… il Maradagal… niente. Le decorazioni – medaglie e nastrini ben distribuiti in una teca di mogano – contribuiscono al suo pessimo umore. Gli era giunta voce, comunque, che la prima vittoria aerea, quella del maggio ’18, era stata esclusivamente il frutto di una fortunata coincidenza.

– Dovresti baciare la terra sulla quale cammina, invece di cospirare continuamente contro di lei, fino ad immaginare addirittura di assassinarla. Anche la tua attitudine è molto meno cristallina di quello che potrebbe far pensare chi si scaglia con tale veemenza contro certe pessime abitudini che ritieni connaturate alla nostra razza.
Si scuote ad ascoltare questa accusa, ma in realtà il fratello sorride affabilmente e gli sta chiedendo:

– E il tuo prossimo libro? Ti confesso che quello sulla guerra nonostante il Premio non mi ha molto convinto.
– Ci sto lavorando. Sono pronti dei primi tratti.

Ecco. Gli mancava di definire… qualcosa non gli tornava, come un movente interno, non l’unico né il principale, ma un elemento forte che non si era verificato e che lo indispettiva.

– Dei tratti? Come a dire delle puntate?
– Sì. Delle puntate.
– Puntate, quindi. Bene, bene. Anche se – si china in avanti e abbassa la voce fino ad assumere un tono benevolo e confidenziale – certo sarebbe ovviamente più opportuno limitarsi a ricevere un anticipo da un solo editore senza prometterlo a tre contemporaneamente.
– Ma la malattia, il trasloco. La mamma.
– Capisco, capisco fratellissimo. – Si stende all’indietro e sorride – Ma la vita procede. Velocissima. Come un aeroplano. Poi ci sarebbe anche la Società Italiana per la Diffusione del Volframio che mi ha segnalato – si tratta di un amico qui del Ministero, non ti preoccupare, nulla di ufficiale – che dell’articolo che ti era stato commissionato per la rivista non hanno ancora visto una pagina. Né l’Enciclopedia Italiana per la relativa voce.
– Vedrò di provvedere. Senza farmi venire una nuova crisi di nervi.
– Ma su, su, fratellone, coraggio! Andiamo. È pronta una vettura che ci porterà a quell’osteria a Corso Umberto dove vai sempre, come si chiama? Quello delle puntarelle. Augusto, no?
– Meglio da l’Aliciaro. Preferirei fare una passeggiata, però. Più veloce del piroscafo mi mette un terrore che non immagini.

Enrico Azzini per AVIODADA

ALITALIA – Ascesa e declino – GIUSEPPE D’AVANZO

Posted in aereo precipita su roma, aeroporto roma urbe, alitalia, carpatair, disastro linate, italo balbo, klm, Rome FCO with tags on 27 giugno 2013 by ruotenelvento

ALITALIA

  • un pilota di 747 amico di famiglia mi regala un orsacchiotto di peluche immediatamente soprannominato Jumbo (circa 1972: il primo, I-DEMA, effettuò il primo volo di linea il 5 giugno 1970)

  • ragazze snelle e alte ed eleganti in tailleur verde/blu (di Mondrian) con i capelli raccolti in crocchia chiedono: dove va stavolta? (1998)

  • il long skate gratta l’asfalto con uno slide grabless spezzando il downhill giù a manetta su viale Gagarin (2013)

Se ne potrebbero trovare infiniti di questi incroci e soprattutto per chi ha vissuto a Roma Alitalia è un po come il mondo dorato del cinema, difficile trovare qualcuno che non ci sia stato dentro, magari solo per un giorno da generico.

E Giuseppe D’avanzo nel mondo Alitalia c’è stato dentro veramente, ne conosce retroscena e soprannomi dei protagonisti. Il volume è un’edizione aggiornata di quel La Freccia Alata che venne pubblicato nel 2007, proprio nel momento cruciale – ipotetico – nel quale Alitalia cercava contemporaneamente di sanare una situazione finanziaria al collasso e di guadagnare un ruolo globale con una “massa critica” – definizione che Prodi, presidente di quell’IRI proprietario di Alitalia faceva circolare già dalla seconda metà degli anni Ottanta – di rispetto. Se insomma nel 2007 era sorta la necessità di fare un po’ il punto, a maggior ragione era indispensabile tornarci dopo 6 anni burrascosi che hanno visto gli sviluppi del Piano Fenice.

L’autore, pilota e giornalista d’esperienza, con grande abilità e chiarezza permette al lettore di orientarsi in una situazione che si fa via via più complessa. Uno dei fili rossi che unisce i primordi al contemporaneo è quel sottobosco di maneggi e di pettegolezzi – definibile come “l’abitudine romana” – un filo rosso che si svolge a tutti i livelli, dalla Serpentara, regno salario di Bruno Velani ai tempi della creazione di Roma come centro dell’architettura radiale di Ala Littoria (ma nel dopoguerra l’ingegnere sarà fino al 1974 figura fondamentale di Alitalia) al più recente confronto tra cassaintegrati Alitalia del Superelite di Casal Palocco VS piloti CAI del Fioranello Golf Club. L’apertura dedicata proprio al periodo dal 2007 al 2013 – l’autore copre fino all’incidente dell’ATR 72 in wet leasing da Carpatair – sposta il baricentro sul peggio, ma sia chiaro che ci sono uomini brillanti e determinati (manager, personale di volo e di terra) ci sono utili e ricavi, e c’è una flotta che copriva il pianeta con i liner più moderni – si immagina l’entusiasmo del primo volo dei grandi intercontinentali e che in un colpo di sensazionale ottimismo lasciò anche 300.000 dollari (poi restituiti) di preopzione nelle mani di chi portava avanti il progetto del supersonico SST. Un supersonico con la livrea Alitalia: li mortacci!

PERSONALE NAVIGANTE

Dove una volta il personale navigante di Alitalia parcheggiava l’automobile oggi ci vado in skate. Il terreno alla Magliana era stato acquistato nel ’63 per il centro elettronico ed informatico e si rivelò un affare sia per il valore intrinseco che per i successi dell’attività in campo gestionale ed operativo, con i sistemi software venduti all’estero. Il Centro Direzionale divenne operativo nei primi anni ’80 – battezzato con il solito gusto un po’ grandguignolesco Alicatraz = Alitalia + Alcatraz – e abbandonato nel 2008 per “il Cremlino” di Fiumicino. 

Uno degli aspetti più sensazionali del libro è che la storia di una Compagnia Aerea si fa non solo Storia di una Nazione (e fin qui ci si poteva arrivare) ma anche repertorio di tutte le possibilità che offrono finanza e politica. E’ difficile che una persona di etica media rimanga indifferente di fronte al groviglio di rapporti tra uomini di governo, dirigenti, industriali e sindacati e a stupefacenti forme di masochismo, per le quali il vertice è sicuramente rappresentato dal Presidente del Consiglio Berlusconi un giorno collettore di capitali nazionali di salvataggio e il successivo affossatore con berretto da ferroviere. Insomma il libro da leggere per sapere, tra tante altre cose, per quale motivo in flotta c’era una maggioranza di Douglas (compensazioni per gli impianti Aerfer/Aeritalia di Pomigliano) oppure la ragione per cui per un decennio una società già in forte crisi si è dovuta dissanguare per tenere in piedi l’hub doppione di Malpensa.

Giuseppe D’Avanzo – ALITALIA – Ascesa e declino, IBN Editore, pp 258, euro 18,00

Enrico Azzini per AVIODADA

LA LIBIA ITALIANA – Daniele Lembo

Posted in guerra in libia, ibn editore, italo balbo, muammar gheddafi, savoia marchetti s.79 with tags , on 11 agosto 2011 by ruotenelvento

La Libia è tornata d’attualità e da come si sta mettendo laggiù, altro che a settembre tutti a casa… Daniele Lembo ci aiuta a comprendere un pò di cose su questa parte di Africa Settentrionale che l’Italia ha occupato dal 1911 fino (nominalmente) al 1947. Le operazioni militari per strappare la Libia alla Turchia cominciarono il 29 settembre (l’ultimatum alla Sublime Porta era stato consegnato il giorno precedente) 1911, ma sarà molto improbabile che nel vicino centenario ci sarà qualcuno disposto a festeggiare. Almeno le Forze Armate potrebbero farlo, perchè si trattò di una delle più convinte e brillanti missioni joint Esercito-Marina, sostenuta senza risparmio di mezzi. L’autore concentra la sua attenzione soprattutto su quello che avvenne dopo il conflitto italo-turco. L’Italia intervenne con determinazione sia per stabilire delle condizioni di sicurezza cercando di eliminare la guerriglia, sia per realizzare quelle infrastrutture che potessero trasformare lo “scatolone di sabbia” in un Paese civile. Lembo sottolinea come molti elementi fossero rivoluzionari e si sottraessero a quella logica di puro sfuttamento che contraddistingueva le altre Potenze coloniali con in testa Francia e Gran Bretagna. Le lottizzazioni iniziarono nel ’19, con uno sviluppo che procedette dal grande latifondo – più diffuso in Tripolitania che in Cirenaica – alle piccole proprietà dopo l’unificazione dei 2 Governatorati del 1929. L’arrivo di Balbo nel ’34 infine rappresenta un momento fondamentale che inaugura una politica sociale molto aperta anche con la popolazione locale. Abituato alle grandi crociere collettive e alle imprese corali, Balbo organizzò nei minimi dettagli la “flotta dei ventimila”, il convoglio che nel ’38 – e in misura leggermente minore l’anno successivo – portò migliaia di famiglie venete, abruzzesi e siciliane nei poderi della Cirenaica e della Tripolitania. La costruzione dei villaggi rurali – così metafisici, dichirichiani – non si limitò a quelli per gli Italiani, ma dal deserto emersero le costruzioni per gli Arabi, che riuscirono a godere anche di una forma di cittadinanza speciale e di rispetto religioso.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale gli Italiani della Libia saranno costretti a vivere sul filo di un doloroso equilibrio. Si alternano conferme e sconfitte, fino al tragico epilogo del 1970 quando Muammar Gheddafi – che aveva preso il potere dopo la deposizione di Re Idris I – costringerà gli Italiani ad abbandonare quelle terre che erano costate sangue e sudore. E in tutte queste drammatiche vicende del dopoguerra il fil rouge dell’inettitudine e dell’acquiescenza dei Governi Italiani, il cui grido più alto nei confronti del leader libico è stato solitamente quello delle scuse.

LA LIBIA ITALIANA – DANIELE LEMBO – IBN EDITORE, 2011 – 140 pp – 14,00 euro

Enrico Azzini per aviodada