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RICONOSCERE GLI AEREI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE – parte prima: SON TUTTI UGUALI GLI AEREI IMPERIALI

Posted in aircraft design, aviazione prima guerra mondiale, grande guerra, guida agli aerei, ibn editore, industrial design in war, motore rotativo, rotary engine with tags , , , on 12 aprile 2015 by ruotenelvento

GUIDA AEREI PRIMA GUERRA MONDIALE 02

NO! Non succederà più che mi scambiate un Pfalz per un Rumpler! 

AVIODADA presenta qui il progetto di una guida per far conoscere i velivoli della Grande Guerra. Enrico Azzini – alias AVIODADA – ha già pubblicato per IBN un’opera con le stesse finalità, cioè spiegare l’aeroplano con parole semplici, definendo la funzione degli elementi che appaiono con maggior evidenza a chi si avvicina per la prima volta ad un apparecchio. Qui, insomma, si presentano i primi tratti del “prequel” di AIRCRAFT FOR BEGINNERS.

Se il panorama degli aerei utilizzati dall’Intesa era piuttosto eterogeneo, in quello della flotta dell’Alleanza si riconoscevano in modo abbastanza nitido due linee di sviluppo. La prima era quella del rotativo attorno al quale soprattutto Fokker aveva costruito cellule eccellenti, l’altra quella del motore in linea. E motore in linea divenne sinonimo di 6 cilindri raffreddati a liquido. Due Case, Benz e Mercedes, si divisero la flotta con due modelli sostanzialmente simili e con il grosso della produzione concentrato su cilindrate tra i 14000 e 15000 centimetri cubi. Il Benz Bz. III da 150 CV con distribuzione ad aste e bilancieri muoveva l’Albatros D.I, mentre il più sofisticato Mercedes D. III da 160 CV con albero a camme in testa era il cuore del Pfalz e dell’Halberstad. Si notavano anche fondamentali novità dal punto di vista metallurgico, con le canne dei cilindri in acciaio lavorate per la prima volta per saldatura, un passo avanti rispetto alla billetta – un grosso lingotto dal quale si ottiene un pezzo grezzo a sezione circolare – che andava tornito scavando via chili e chili di metallo1. Il Rumpler C. II, un biposto più pesante, invece contava su una successiva evoluzione del Mercedes, il D. IV da oltre 21000 cc e con 250 CV. Questi motori saranno all’origine di un design estremamente omogeneo, almeno fino all’entrata in produzione di massa del Fokker D. VII, che manteneva lo stesso propulsore ma con il radiatore piazzato anteriormente. Nascono e si sviluppano quindi biplani sostanzialmente simili nonostante siano progettati per ruoli diversi. Dal 1917 la fusoliera è fortemente caratterizzata da linee ancora più aerodinamiche nelle quali l’elemento che punge è l’ogiva che – al contrario dei contemporanei, tranne poche eccezioni – avvolge l’elica. Il resto va a seguire con le sezioni permesse da ordinate completamente o parzialmente (Rumpler ed Halberstadt) circolari man mano che si procede verso poppa. Anche il rivestimento delle sezioni circolari di Albatros e Pfalz rappresentava un sensibile balzo in avanti rispetto alla tradizionale fusoliera in traliccio di legno e tela in quanto era rigido, formato da lamelle o fogli di legno sottile con una configurazione a semiguscio. 

GUIDA AEREI PRIMA GUERRA MONDIALE 01

Stesso motore, una faccia, una razza. In una foto ingiallita di 100 anni fa il profilo della coda è uno dei pochi elementi che permette di distinguere dei velivoli altrimenti molto simili. Fino al profilo spesso introdotto dal Fokker D. VII le ali dei velivoli della Prima Guerra Mondiale erano caratterizzate da profili estremamente sottili. Erano stati considerati quelli che garantivano la miglior efficienza, il minor attrito e le caratteristiche di stallo più favorevoli. Anche l’ala del Rumpler – indicata dalla * –  appartiene a questa tradizione ma si distingue per il leggero diedro (non è perfettamente piatta, ma forma un certo angolo sollevandosi alle estremità) e l’allargamento verso le punte.

1Oggi i cilindri – per esempio quelli che spingono le nostre automobili – sono fusi in un blocco unico con del metallo colato in uno stampo. Nei primi anni dell’aviazione tuttavia una soluzione che oggi ci pare così scontata era ancora lontana dalle possibilità tecnologiche. I cilindri dei rotativi Gnome era ricavati da un blocco unico di 30 kg e alla fine quasi 28 venivano tirati via a giri di tornio. Il primo propulsore con cilindri in fusione prodotto in grandi numeri sarà  il V8 Hispano Suiza.

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ENRICO GADDA: 23 APRILE 1918 – 23 APRILE 2014

Posted in 35 squadriglia, 83 squadriglia, aeronautica militare italiana, aviazione e letteratura, aviazione prima guerra mondiale, carlo emilio gadda, enrico gadda, motore rotativo, rino corso fougier, san pietro in gu, SIA SP3 with tags , , on 23 aprile 2014 by ruotenelvento

ENRICO GADDA PILOTA 83 SQUADRIGLIA

Il tenente Enrico Gadda a bordo di un Nieuport Bebé durante l’addestramento alla Scuola Caccia. Questa immagine era la preferita di Carlo Emilio, scelta per figurare tra i pochi oggetti presenti nella povera stanza di Gonzalo ne La cognizione del dolore (Archivio Liberati)

Il 23 aprile 1918, di ritorno da una missione di scorta ad un S.P., precipitava nei pressi del campo di San Pietro in Gu il Tenente Pilota ENRICO GADDA. Fratello di Carlo Emilio, volontario nel 5° Reggimento Alpini e passato in Aeronautica nell’agosto 1917, effettuò i suoi voli in zona di guerra prima con gli S.P. 3 della 35a Squadriglia da ricognizione e poi con i Nieuport 27 dell’83a Squadriglia da caccia comandata da Rino Corso Fougier.

Sarà presto in libreria – pubblicata da IBN Editore – la storia di questo ragazzo elegante, colto, brillante ed esuberante che ha avuto un ruolo fondamentale negli affetti e nella immaginativa del più grande narratore italiano del Novecento. L’opera di ENRICO AZZINI – concentrata sul periodo trascorso da Enrico nel Corpo Aeronautico – è arricchita da corrispondenza, documenti e materiale iconografico assolutamente inediti, provenienti dall’Archivio Liberati, dall’Archivio Bonsanti e dall’Ufficio Storico dell’Aeronautica Militare.

 

 

 

LE GENERAZIONI DEI CACCIA

Posted in aeronautica militare italiana, caccia di quinta generazione, eurofighter Typhoon, F-35, fifth generation fighter, JSF, motore rotativo, P-51 mustang, USAF on 26 dicembre 2011 by ruotenelvento

Un Eurofighter Typhoon dell’AMI si appresta a decollare da Pratica di Mare. Chi può essere stato così perfido da definirlo un QUARTA GENERAZIONE E MEZZO? Americani, sicuramente. (Foto Enrico Azzini) 

LA GRANDE TRUFFA DELLE GENERAZIONI DEI CACCIA – IL CERCHIO SI CHIUDE

THE GREAT FIGHTER GENERATIONS SWINDLE – CLOSING THE CIRCLE

Se per l’invenzione di acronimi è certo che non li batte nessuno, i militari rimangono nello standard per quel che riguarda le semplificazioni da gettare in pasto all’opinione pubblica. Il mondo è così cambiato che sugli aeroporti si vedono più special edition tigrate che low visibility, mentre nel complesso l’attività delle aeronautiche di tutto il mondo rientra più nel campo delle ONLUS che in quello di una Forza Armata. Sapere che i nostri cieli sono difesi da un velivolo di QUARTA GENERAZIONE E MEZZO ci preoccupa per quel mezzo che manca e che ci avrebbe consentito di completare la storia del caccia pilotato senza insicurezze e complessi d’inferiorità. Forse arriverà l’F35, ma tira una brutta aria ed è probabile che si passerà direttamente dal Typhoon agli UCAV per i quali si versano meno contributi pensionistici. Sarà così? E chi lo sa? L’eccessiva fiducia nei sistemi più sofisticati – come dimostrò il recupero del cannone durante la Guerra del Vietnam – è sempre mal riposta.  

Il Vulcan M-61 da 20mm che equipaggia l’F-16. Serve ancora il cannone su un jet da Mach 2? Dato per spacciato al primo apparire del missile guidato e riabilitato dalle esperienze di combattimento in Vietnam, il cannone mostra che nulla è immutabile, men che meno in aeronautica. (Foto Enrico Azzini)

Chi ha inventato questa faccenda delle generazioni? I compilatori delle brochure che le Case danno in pasto a quei giornalisti che definiscono piper qualsiasi cosa che vola? Mah… pare comunque che l’invenzione delle generazioni sia saltata fuori a metà degli anni Novanta in Russia.

Interpretazione grafica delle GGGENERAZIONI DI CACCIA (disegno di Enrico Azzini)

A – Fokker Dr.1, reattività – unidirezionale – del motore rotativo

B – Hawker Demon, biplano con motore in linea (un Rolls Royce Kestrel) protagonista marginale dei primi anni Trenta, ma comunque integrato nel periodo, al contrario di certi criminali che in nome della manovrabilità misero in cantiere biplani anche nel 1938 

C – Messerschmitt Bf.109, uno dei punti di riferimento dei caccia della Seconda Guerra Mondiale

D – North American Mustang, introduzione su larga scala dei profili laminari

1 – MiG 15

2 – Convair F-102 Delta Dagger

3 – McDonnell Douglas F-4 Phantom II

4 – General Dynamics F-16 Fighting Falcon

4.5 – Eurofighter Typhoon

5 – Lockeed Martin F-35

Per i meno disillusi, pur con qualche barcollante differenza tra le fonti:  

PRIMA GENERAZIONE – Quella prima infornata tra la prudenza dell’ala dritta e le incognite di quella a freccia; armamento convenzionale.

SECONDA GENERAZIONE – Progressi dell’elettronica con ricadute sull’avionica e sulle armi che diventano guidate. È con questa generazione che qualsiasi persona di buon senso si rende conto che demarcazioni definite di un prodotto in continuo progresso hanno scarso valore.

TERZA GENERAZIONE – Diamoci un taglio, se proprio vi interessa potete controllare qui. Forse è solo la prima che assume dei caratteri peculiari perchè i problemi iniziali da affrontare erano tali che i progettisti non potevano accollarsene altri. Si sostiene che una caratteristica che contraddistingue questa terza generazione sia l’espansione della capacità di attacco al suolo. Nonostante ovvie esitazioni anche i primi jet potevano ricoprire altri ruoli, come dimostrarono nella Guerra di Corea soprattutto i caccia della US Navy. Sembrava già abbastanza complicato appendere 500 kg di armamento di caduta a un aereo con un’asmatica coppia di turbogetti J-34 da 1633 kg di spinta ciascuno.  

Ma l’aspetto più interessante è che, in un certo senso, il cerchio si chiude. Dopo oltre un secolo il dogfighting ha di nuovo per protagonisti degli apparecchi sostanzialmente instabili come lo erano i fragili caccia che affidavano le loro prestazioni a quella stravaganza meccanica che era il motore rotativo. Girando il blocco cilindri insieme all’elica, l’effetto giroscopico di un pezzo di metallo che rappresentava un terzo della massa totale dell’aeroplano costituiva un prezioso vantaggio per i piloti che sapevano sfruttarlo. Virava stretto da una parte sola, ma lo faceva in un lampo. I progressi dell’elettronica e l’affidabilità del fly-by-wire dopo oltre 60 anni hanno permesso di mettere in linea quei velivoli – tra i quali quello che ha ottenuto il maggior successo è stato l’F-16 – che sono instabili aerodinamicamente, esaltando la manovrabilità nel combattimento ravvicinato. E mentre la 5. Generazione arranca, c’è addirittura chi prevede la Sesta.

MEGOLA: la moto con il rotativo

Posted in megola motociclette, motore rotativo, rotary engine with tags , on 20 giugno 2011 by ruotenelvento

Nella primavera del 2002, di passaggio a Las Vegas, mancammo di poco The art of motorcycle al Guggenheim nel Venetian. Dal depliant dell’esposizione, che ripercorreva un secolo di motociclette, non mi sfuggì una bizzarra due ruote tedesca del 1922, la MEGOLA SPORT. Il motore era contenuto nella ruota anteriore, e neppure si trattava di un motore convenzionale. Per ottenere tanti cavalli in leggerezza spesso i progettisti si sono rivolti a configurazioni tipicamente aeronautiche, ma in quegli anni si trattò di un passaggio piuttosto naturale, anche perchè i tecnici e gli ingegneri che durante  la Prima Guerra Mondialesi erano impegnati con gli aeroplani in seguito alla smobilitazione e alle restrizioni di Versailles dovettero riconvertirsi a mezzi più utilitari. In anni recenti il motore radiale è stato utilizzato per delle esercitazioni decisamente eccentriche, come la Verdel 1912, un elegantissimo fake costruito  in UK, oppure la brutale JRL R2800 (http://www.rotecradialengines.com/0JRL/JRLMotorcycle.htm) costruita attorno al Rotec, un 7 cilindri da 110 cv che alla sua comparsa ha mandato in orgasmo più di un appassionato di aviazione leggera, anche in Italia. Ma a spingere la Megola non è un radiale fisso, ma un rotativo a 5 cilindri di 640 cc. In questo caso l’albero motore è l’asse anteriore, mentre i cilindri sono collegati direttamente alla ruota, senza organi di trasmissione. Le prestazioni erano interessanti – 14 cv per 85 kmh – ma il propulsore era troppo complesso perchè la Casa di Monaco potesse costruirne più di 2000 esemplari dal 1921 al 1925.