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MENTI IN GUERRA – Psicologia di un soldato che combatte – LAVINIA PANICO

Posted in film di guerra, ibn editore, post traumatic stress desorder, psicologia del combattente with tags , on 24 marzo 2016 by ruotenelvento

MENTI IN GUERRA - PSICOLOGIA SOLDATO

Lavinia Panico si addentra nel complesso universo della psicologia del combattente. Si tratta di uno di quegli argomenti che, seppur considerato in maniera estesa, lascia sempre un senso di insoddisfazione: come se si cercasse una verità univoca e nitidamente incisa in un ambito che è in realtà estremamente sfumato. E’ lo stesso oggetto che lascerà molte delle domande poste dall’autrice senza risposta. Il percorso di studio inoltre si è sempre presentato turbato da innumerevoli forze contrarie. Alle gerarchie militari avere psicologi e psichiatri tra gli anfibi non è mai piaciuto molto. Mai significa che nonostante lo scarto tra carne da cannone e maggiore attenzione agli aspetti psichici che contraddistingue l’ultimo sanguinoso secolo di storia anche oggi resistenze di varia origine (la prima è sicuramente quella di natura pensionistica) ostacolano il riconoscimento dello stress da combattimento come vera ferita. Una conferma è l’ondivaga definizione del PTSD (post-traumatic stress desorder) nei DSM (il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali pubblicata dall’American Psychiatric Association), declassificato come disturbo d’ansia e poi ripreso dal più recente (il V, 2013) come connesso a trauma e fattori di stress.

Fondamentale appare il ruolo del gruppo, a tutti i livelli e con segni di carattere opposto. La diffusa affermazione che la vera ricompensa del combattente è il cameratismo rivela – al di là di altre ragioni ideali, morali, d’interesse – il movente psichico principale che permette al soldato di vincere qualsiasi difficoltà e scrupoli morali. Accanto ad una persistenza tradizionalista, “punitiva” o di altro carattere (Freud per esempio si ostinava a scavare alla ricerca di precoci esperienze sessuali di fronte anche a chi magari era stato giorni interi a fare il topo di trincea sotto il devastante fuoco dell’artiglieria, vorrei vedere a lui) del trattamento psicologico dei traumi, i risultati migliori nel recupero si sono ottenuti proprio con un atteggiamento dolce che prevedeva il reinserimento tra i commilitoni. D’altra parte la costituzione di un gruppo, sia primario (la forte coesione, la suddivisione delle responsabilità, l’anonimato, la sensazione di fornire un contributo importante che agisce al livello delle unità minori) che secondario (legato ad un prestigio ed una legittimazione reggimentale), è inevitabilmente funzionale all’esclusione dell’altro e consolida la rappresentazione e una possibile deumanizzazione del nemico.

Dall’opera emergono elementi inaspettati, tra i quali l’altissimo numero di combattenti statunitensi della Grande Guerra che allo scoppiare della Seconda erano ancora ospedalizzati per problemi di natura psicologica. Più vicino a noi, la significativa incidenza dei suicidi (evidenti e simulati da incidenti) nei reduci di tutti i conflitti ormai pienamente asimmetrici che hanno posto nuovi problemi a partire dai danni collaterali che coinvolgono un maggior numero di civili con relativo sorgere di più violenti e frequenti sensi di colpa.

Uno degli episodi sui quali Lavinia Panico concentra la sua attenzione è l’attacco portato da due elicotteri Apache statunitensi in un distretto di Bagdad ad un gruppo di civili, tra i quali due corrispondenti irakeni della Reuters, Said Chmagh e Namir Noor Elden

Purtroppo letteratura e studi si concentrano sulla psicologia del fante, lasciando ampie zone d’ombra per quel che riguarda i combattenti delle altre Forze Armate. Va segnalato che l’interesse per i piloti è aumentato quando i piloti hanno cominciato a spostarsi da Martin Baker e manetta a poltrona a rotelle e joystick, come in un certo senso dimostra anche l’uscita – con un buon successo di pubblico – di Good Kill (2015). I casi relativi all’aeronautica citati nel testo sono dunque pochi e marginali perché in azione l’aviatore sfugge non solo alla dinamica dei gruppi, ma anche perché opera alla massima distanza, mettendo spazio tra sé e la visione disturbante del bersaglio colpito.

Lavinia Panico – MENTI IN GUERRA – Psicologia di un soldato che combatte, IBN Editore, p. 166, EURO 15,00